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Paolo Leoncini

Marcello LeonciniPer comprendere la personalità umana e artistica di Marcello Leoncini ci si può riferire ad alcuni autorevoli riconoscimenti che riguardano la sua dimensione morale e psicologica, la sua coscienza culturale e il suo modo di vivere interiormente l'avventura estetica. Diego Valeri, salutando con viva emozione nel 1975 il suo ritorno alla vita artistica veneziana, dopo quasi vent'anni di volontario isolamento, scriveva nella sua presentazione alla grande mostra antologica che si apriva nel maggio di quell'anno:"Se la parola non fosse tanto spesso usata nelle cronache dei giornali (sportive, politiche ...e così via) direi che Marcello Leoncini è un caso: un caso artistico e, più precisamente, pittorico. Non so quanti ricordino, oggi, a Venezia, il Leoncini degli anni '50; io lo ricordo {...}. Era un pittore dal temperamento schietto e, insieme, di raffinatissimo gusto: un pittore non meno colto che istintivo". Spessore culturale e istinto pittorico convivevano dunque in lui, liberando il suo lavoro di ricerca, di una ricerca peraltro ostinata e puntigliosa, dai limiti di scelta unilaterali: da abbandoni all'"istante" pittorico o da sperimentazioni intellettualistiche. Giuseppe Mazzariol, in una lettera a mio fratello Francesco dell'ottobre 1984, lo definisce "pittore schivo, quanto raffinato", mentre Leone Minassian così conclude il suo scritto in occasione della "antologica" del '75: "...si tratta di un artista interessantissimo ed in costante ascesa, che va seguito perché si distingue nettamente nel panorama della pittura non solamente veneziana {...} riteniamo la figura di un autentico suscitatore di immagini troppo complessa perché lo si possa etichettare, catalogandolo negli angusti limiti di una tendenza"

Dal periodo formativo trascorso a Sulmona, in Abruzzo, nei primi anni '20 (era nato a Firenze nel 1905: il padre, Servilio, era ferroviere) gli derivava una salda consapevolezza del "mestiere", un'accanita attenzione ai modi tradizionali dell'operazione artistica, di carattere etico oltre che estetico, che lo hanno preservato dai cedimenti gratuiti agli aspetti "facili" delle mode e delle sperimentazioni contemporanee più azzardate e meno motivate da un sofferto impegno di ricerca. Aveva studiato in un istituto d'arte di provincia, forse non troppo aperto culturalmente, ma certo rigoroso quanto alla disciplina dell'apprendimento, con maestri che risentivano degli influssi di esponenti della pittura tardo - ottocentesca meridionale come Domenico Morelli e Teofilo Patini. Ma l'intelligenza artistica di Leoncini non era fatta per i limiti, e rapidamente, giunto a Venezia, la sua cultura si apriva ai modelli più significativi dell'arte primonovecentesca, non soltanto italiana. Prende avvio da autori della Scuola Romana (Mafai e Scipione) e, in seguito, negli anni '50, sente congeniale la lezione del Cubismo, soprattutto dell'opera di Jacques Villon. Il Cubismo era in sintonia con la sua tendenza ad un'organizzazione "architettonica" dello spazio/volume, coesistente tuttavia con una sensibilità coloristica dinamica e smaliziata e con una sapiente percezione delle dissolvenze atmosferiche del colore di genuina derivazione "veneta". Tra gli anni '40 e gli anni '50 la produzione di Leoncini (paesaggi lagunari, nature morte, interni) si articola secondo diverse tecniche e giunge a risultati di ottimo livello estetico. Valga per tutti il riconoscimento di Oskar Kokoschka che visitando la Mostra nazionale "Premio Burano" nel 1951, alla quale partecipavano molti tra i maggiori artisti italiani, indicò senza esitazioni nell'opera "Canale a Burano" il miglior quadro di quell'esposizione.

Nel lavoro grafico meglio si individuano e spesso facilmente si conciliano le matrici apparentemente contradditorie della "geometricità" del segno e della "atmosfericità" del colore. Durante i lunghi anni di volontario isolamento, riassimila interiormente, rende autenticamente sua, l'esperienza della pittura informale, giunge a trasfigurare la sua intensa sensibilità naturalistica in metafore "vegetali", dense di implicazioni allusive e di sensi simbolici. Nasce così quello che si potrebbe chiamare il "florealismo" di Leoncini, dove, in sapiente equilibrio tra il motivo desunto dal mondo della natura e la sua trasfigurazione astratta, si realizzano, ad esempio, le forme dei "girasoli", esplosioni di gioiosa vitalità, consapevole tuttavia della minaccia dell'oscuro, dell'ombra, del decadimento.

Si tratta di raffigurazioni che germinano da una cultura pittorica affidata talvolta alle perizie del mestiere, senza mai cedere a gratuiti effetti o a esornativi decorativismi. Ma un aspetto ancora più qualificante della sua attività artistica è costituito -oltre che da un'interiore onestà e da un'esigenza indefessa di ricerca e di verifica - dal sentire e dal vivere il fatto espressivo come un evento totalizzante in senso esistenziale e fideistico. La sua esistenza era sorretta da una fede fortissima nel senso e nel valore dell'arte. Ancor più, sentiva che nell'arte deve esserci l'uomo intero, che l'arte è lontana dall'essere soltanto un'operazione estetica. Scriveva infatti nel dépliant dell'apprezzatissima mostra alla Fondazione "Bevilacqua La Masa" del 1947 (mostra che gli valse l'invito alla Biennale del 1948) che il lavoro artistico "dev'essere convalidato dalle risorse spirituali dell'artista". È un'affermazione molto profonda perché non soltanto si tratta di una convinzione morale che tiene al riparo dalle facili avventure delle mode, ma -cosa tanto importante quanto rara - che ricerca nell'arte come fatto estetico-culturale una motivazione interiore come fatto etico - spirituale. Il nesso arte/spiritualità è rilevato da Gino Damerini quando riconosceva, in un articolo della "Gazzetta Veneta" sulla medesima mostra del '47, che "la sua personalità è venuta rafforzandosi senza notevoli crisi, diversioni, o deviazioni e cambiamenti di interferenze, con una consecutività ostinata, anzi, di impostazione e aspirazione spirituali."
Marcello LeonciniMarcello Leoncini aveva cominciato ad esporre nel 1933, partecipando alla "Collettiva" della Fondazione "Bevilacqua La Masa", collettiva alla quale esporrà ininterrottamente fino al 1950. Negli anni 45-46 fu tra gli animatori del gruppo "L'Arco", uno degli episodi più significativi della cultura veneziana del secondo dopoguerra. Fu invitato nel '48 alla Biennale di Venezia e alla quadriennale di Roma. Partecipò a diverse esposizioni collettive a livello nazionale. Molti sono stati i significativi riconoscimenti critici (da Leonardo Borgese a Silvio Branzi a Diego Valeri a Guido Perocco).Le ragioni del lungo periodo di chiusura e di solitudine, non di inattività, tra gli anni '60 e '70 possono essere molteplici. Ai motivi psicologici, interiori, propri di una personalità ricca ma intimamente tormentata e conflittuale, si aggiungono le reazioni al mutato contesto artistico che negli anni '60 doveva presentarglisi meno fecondo di tensioni e di fermenti e più compromesso dalla mercificazione e da ripetitive e alienanti pseudoestetiche (ad esempio, l'informale materico di quel periodo doveva riuscirgli poco congeniale...)
Si tratta dunque di una personalità quanto mai stimolante della cultura artistica veneziana del '900 che sta ora diventando oggetto di un'ampia opera di indagine e di rivalutazione al fine di evidenziarne la dimensione di rilievo nel panorama artistico italiano, tra coloro che più sono stati sensibili alle correnti artistiche europee di questo secolo. La Mostra che il Comune di Venezia organizza a due anni dalla scomparsa è un primo avvio in questo senso.

Paolo Leoncini

Venezia, febbraio 1992, tratto da "Marcello Leoncini (1905-1990)" stampato dal Centro Internazionale della Grafica di Venezia

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