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I critici hanno detto:

Marcello Leoncini, pittoreIndice alfabetico delle critiche riportate:
- Gino Damerini
- Enzo Di Martino
- Leone Minassian
- Pier Paolo Pasolini
- Guido Perocco
- Ivo Prandin
- Paolo Rizzi
- Diego Valeri
- Scritti di Marcello Leoncini

 

 

Dal <<Gazzettino>> di sabato 27 giugno 1992

Ivo Prandin: Una delle occasioni culturali di questo periodo a Mestre è la mostra di dipinti dagli anni Trenta al dopoguerra del pittore Marcello Leoncini (Firenze 1905-Venezia 1990) che per iniziativa del Comune è stata allestita all'Istituto di cultura delle Grazie.
Di occasione si tratta, effettivamente, perché consente di ritrovare. a due anni dalla morte, un artista <<schivo e raffinato>> - così l'ha chiamato Giuseppe Mazzariol - che ha vissuto la vita come una strana avventura, come una lotta con qualcosa di invisibile eppure tanto reale da creargli sofferanza.
Nel 1947 Leoncini ha fatto la sua prima mostra personale a Venezia rivelandosi come un talento sicuro e degno delle successive Biennale e Quadriennale. Dopo quella prima <<uscita>> verso il pubblico e la critica, il pittore è sprofondato nel silenzio, negando cioè ogni esibizione dei suoi lavori, oscurando volontariamente la sua ricerca estetica, la sua stessa vita.
L'inesplicabile silenzio - conseguenza di una rottura col mondo delle gallerie e fonte di solitudine - non è stato tuttavia sterile ma completamente occupato da una doppia attività, quella di insegnante di disegno alla scuola media <<Calvi>> e quella di pittore.
Dipingere, aveva scritto, era lo scopo della sua vita. Perchè dunque quella lunga eclissi, quella oscurità silenziosa durata fino al suo settantesimo anno, il 1975, quando fece la sua seconda mostra della sua vita? Uno che viveva intimamente la propria arte avrebbe dovuto lottare per affermarla, per comunicarla agli altri; invece ha rifiutato ogni contatto con le gallerie e dunque con il circuito mercantile.
Paolo Leoncini ricorda gli anni in cui il padre, sfrattato nel '52 dallo studio, occupava col cavalletto una stanza della casa e lì lavorava intensamente. <<Mio padre>> ricorda, <<aveva una personalità conflittuale, che rendeva difficili i rapporti con gli altri. Inoltre, credo abbia amplificato i motivi della scarsa ricettività riservata alla sua opera. Eppure non ha mai gettato i pennelli: anzi si accaniva a fare e rifare lo stesso quadro, proprio a causa dei rifacimenti, l'idea iniziale si trasformava in una diversa. I suoi quadri sono effettivamente molto stratificati>>.
Inesplicabile il comportamento , ma chiara la pittura che <<registra>> come onde sismiche le tensioni della grande arte del suo tempo: l'espressionismo, il cubismo, l'informale che per Leoncini non sono mai state mode culturali o ideologie d'importazione. Erano sfide intellettuali in un periodo storico perarltro molto fervido: basterebbe pensare alla nascita di Venezia, del Fronte nuovo delle arti (1946) e la riapertura della Biennale nel '48.
Completamente votato alla pittura, questa forma di conoscenza e di travaglio, nel 1959 Leoncini ha dipinto il suo ultimo paesaggio (cfrPeriferia lagunare, in mostra). Ormai la filigrana geometrica che caratterizzava i suoi quadri erompe mentre il colore si riduce in intensità e quantità. Gli anni Sessanta sarebbero stati interamente coperti dalla sua ricerca astratto-informale e dalle <<musicali>> variazioni o metamorfosi su temi vegetali. Questi temi che l'hanno accompagnato fino all'estremo, saranno i protagonisti di un'altra mostra; e allora Leoncini si rivelerà completamente nella sua pittura, specchio della vita.

Dal Catalogo della mostra 1992

Enzo Di Martino: La vicenda umana ed artistica di Marcello Leoncini, documentata in questa mostra in maniera necessariamente parziale, configura ancora una volta un esempio di quella che viene chiamata la "crudeltà della storia" che registra notoriamente solo gli eventi appariscenti e che per certi versi potrebbe essere definita la "storia dei vincitori".
Ma vi è una "storia dei perdenti" forse ancora più importante che si fa strada prepotentemente e che, di tanto in tanto, affiora clamorosamente, come nel caso di Egon Schiele o di Tancredi, per fare solo due esempi.
Ciò è possibile, per fortuna, perché gli artisti lasciano dietro di sé testimonianze visibili del loro passaggio, disseminano di tracce concrete il loro cammino, con le quali prima o poi siamo obbligati a fare i conti, a misurare e confrontare le nostre fragili certezze.
Ci si accorge allora che tali tracce non hanno nulla a che fare con i pretesti visivi che le hanno apparentemente determinate e che "riconosciamo", perché configurano in effetti la ricerca di un linguaggio espressivo che pone problemi "altri", che tende a scavalcare l'orizzontalità del quotidiano, che afferma solo se stesso.
Si tratta di "opere fatte ad arte", dotate dunque di un travestimento ingannevole, che si distanziano a ben vedere dalla rappresentazione e dalla narrazione ed inducono invece a riflessioni di carattere "spirituale". Le opere di Marcello Leoncini, che pure prendono le mosse sempre da riferimenti riconoscibili - nature morte, figure umane, paesaggi di natura - posseggono tutte, a ben vedere, questa "affascinante ambiguità", quella capacità straniante, cioè, di rinviare continuamente ad altre derive, di sottendere sempre altri significati. La verità è che Leoncini concepisce lo spazio della pittura come spazio estremamente significante, luogo destinato ad accogliere avvenimenti emozionali, eventi di una vita interiore che trovano la loro via di appaarizione nei segni e nelle tracce di colore che l'artista vi deposita nel suo passaggio. Le opere si manifestno in realtà come eventi autosufficienti che rispondono a regole interne a se stessi, reclamando il semplice diritto alla contemplazione. Le figure e gli oggetti e le visioni di natura, le sue Venezie, non chiedono infatti di essere riconosciute, semmai, si pongono il solo problema di superare la "indifferenza" di chi gurd, la "sordità" di chi ascolta.

 

Dal catalogo della mostra antologica al Centro d'Arte San Vidal, 1975

Diego Valeri: Se la parola non fosse tanto spesso usata nelle cronache dei giornali (sportive, politiche, ...e così via), direi che Marcello Leoncini è un caso: un caso artistico e, più precisamente, pittorico. Non so quanti lo ricordino, oggi, a Venezia, il Leoncini degli anni Cinquanta; io lo ricordo perché nei miei venticinque anni di presidenza della "Bevilacqua- La Masa" ho avuto modo di conoscere, a uno a uno, tutti i giovani espositori delle mostre collettive e personali. Era un pittore di temperamento schietto e, insieme, di raffinatissimo gusto: un pittore non meno colto che istintivo.
Ebbene, da allora a oggi Leoncini è rimasto onstinatamente, ermeticamente chiuso in se stesso, non ha dato alcun segno di attività, né si è esibito in mostre. Questo, appunto, è quello che direi il caso Leoncini : il caso di un pittore indubbiamente dotato che, invece di mostrarsi, si nasconde, si raccoglie nell'ombra e nel silenzio di una rigorosa clausura... Oggi se ne può parlare, visto che la clausura è finita, che il caso si risolve in una fervida ripresa di lavoro creativo, alla luce del sole.
Queste righe che scrivo non vogliono essere che un festoso saluto al valoroso artista che si esiliò per più di vent'anni dalla nostra artistica famiglia e che ora ad essa ritorna, riprendendo, come un figliol prodigo il suo posto alla mensa comune. Noi lo ritroviamo fedele al se stesso di un tempo, e, naturalmente, diverso: segno che, durante il suo lungo periodo di "assenza", egli ha continuato a creare e a fare, da quell'artista coscienzoso che è. (...)

Dal Catalogo della mostra antologica di Centro d'Arte San Vidal, 1975

Leone Minassian: Artista estremamente solitario, schivo da intrighi o patteggiamenti, Leoncini ha percorso la difficile strada intrapresa senza contaminare il suo lavoro con i soliti compromessi, affidandosi esclusivamente alla sua fede, alieno dalle incoerenti deviazioni cui si abbandonano coloro che sono carenti di struttura morale e spirituale. Ciò non significa affatto che il cammino di questo artista sia rimasto avulso da varie esperienze. Dimostra solo che esiste un nesso palese fra una fase e l'altra della sua maturatissima evoluzione, come dire che ha sempre fornito prove di una eccezionale coerenza. ‹...›
Quello che distingue il linguaggio formale di Leoncini è, a parte la assoluta probità e la notevole sapienza del mestiere, il sentito calore della tinteggiatura, l'espressività del segno, e soprattutto la capacità di trasfigurazione. Va notato ancora che ogni scivolamento verso un possibile decorativismo viene evitato, in virtù della ricercata soluzione al problema della profondità, della terza dimensione.
I fiori, le forme, i colori sono inventati, astratti dalla realtà obiettiva, sia pur con un indiretto ricordo del cosidetto vero. Ma sono le capacità e il grado di trasformazione dei motivi ispiratori riproposti in termini inediti che costituiscono appunto l'originalità dell'espressione pittorica di Leoncini come quella di ogni artista che non sia un superficiale e passivo plagiario di favelle figurative altrui. ‹...›
Le colorazioni biondastre, il verde pistacchio o le gamme vinacee scalate da rosei tenui, sono tipiche del pittore e ricorrono con fasi alterne, sempre arricchite da nuovi apporti. Le spirali arabescate dei suoi motivi floreali sono altrettanto indicative e sono succedute alla statica bloccata e costruitissima dei suoi esordi giovanili. Importa comunque insistere sulla coerenza di Leoncini poiché l'artista, pur avvalendosi delle conquiste contemporanee, non ha tradito la sua indole, resistendo alle molteplici tentazioni e ai subdoli inviti che propongono le manifestazioni attuali.
La sensibilità di Marcello Leoncini si manifesta nella fattura dei suoi dipinti depurati da ogni residuo di sgradevole fisicità, nei raffinatissimi accostamenti di colore arpeggianti su gamme riposanti che non escludono tuttavia accenti di pungente penetrazione. Tutto ciò attesta una profonda meditazione, alimentata da una cultura figurativa ed extrafigurativa. Intendiamo accennare ad una cultura pittorica talmente assimilata da generare frutti concreti nell'arte del pittore. In ultima analisi, l'originalità di Leoncini rifugge dalle roboanti grottesche bizzarie che non riescono più a stupire nessuno, non ricerca di effetti dunque, ma il serio, appassionato perseguimento di un ideale di continuo superamento dei traguardi conseguiti.
Se, come ne siamo persuasi, quello che si è scritto sin qui risponde alla realtà delle cose, pensiamo se ne debba dedurre che si tratta di un artista interessantissimo ed in costante ascesa, che va seguito perché si distingue nettamente nel panorama della pittura non solamente veneziana. ‹...›

Dal catalogo della mostra "opere degli anni '50", 1975

Paolo Rizzi: L'"uscita" di Leoncini - quest'estate nell'aula monumentale del Centro San Vidal - ha fatto sobbalzare di sorpresa anche gli "addetti ai lavori" nel mondo dell'arte veneziana. È stato un ritorno sulla scena dopo anni, molti anni, di chiusura a riccio, di ripiegamento nell' "hortus conclusus" delle mura domestiche. Non importa il perché: già s'è detto altre volte che questi ripiegamenti sono sempre più frequenti oggi, in reazione all'estroversa volgarità del costume imperante. Importa, piuttosto, il riconoscimento - che è stato unanime - delle qualità di questo artista che negli anni Quaranta e Cinquanta ha giocato un ruolo non del tutto secondario nel rinnovamento della cultura artistica, in un frangente di inquietudini e di entusiasmi, di slanci in avanti e di nostalgiche memorie... Dopo le tumultuose esperienze dell' "apertura post- 1945", che hanno marcato la cultura italiana nel segno di un riscoperto cubismo-picassismo, subentrò attorno al 1950 una fase di rimetidazione. Due porte si aprivano, soprattutto: quella dell'astratto-informale (Birolli, Afro, Santomaso) e quella del recupero esplicito della figura (Guttuso, Pizzinato). Leoncini, che aveva partecipato attivamente alla fase di ricerca, prima sulle posizioni anti-novecentesche (Scuola Romana e Corrente) poi nella ristrutturazione neocubista dell'immagine, optò per uno sviluppo graduale della scomposizione-ricompensazione dell'oggetto. Attraverso il prisma della lezione cézanniana- cubista, egli impostò un discorso di volume-spazio-luce, che ebbe a sfociare in una lunga serie di quadri (paesaggi e nature morte) di limpida fattura...
L'altro "momento" della mostra - non è un corollario, ma un aspetto autonomo, non meno significante - è quello grafico. La scelta dei disegni è stata naturalmente esplicativa: quasi una sequenza di "exempla", di un operare che, partito dal 1934-34, è proseguito e prosegue tuttora fervidamente oggi. Non sappiamo se ammirare di più certe figurine a segno continuo, d'una sintesi formale assai vicina al gusto dei Mafai e dei Guttuso anteguerra, oppure talune successive composizioni cubisteggianti, costruite con energia e incisività: l'arco di cultura è vastissimo, ma sempre in una puntualità storica. Si va dalle tenerezze dissolte nella luce, fino a certi risentiti "capricci" d'una nervosa grafica. L'essenziale è rendersi conto della ricchezza di pulsioni e di richiami culturali in cui Leoncini ha operato, da almeno quarant'anni a questa parte. Ecco perchè la mostra, nei suoi due "momenti", assume un interesse critico non indifferente.

Dal <<Mattino del Popolo>> di domenica 12 ottobre 1947

Pier Paolo Pasolini: ‹...› anche Leoncini ci dipinge una favola: una favola cupa e desolata - il sentimentale dell'omino-feticcio, che, affranto, depone il viso tra le mani. ‹...›

Dalla <<Gazzetta Veneta>> dell'agosto 1947

Gino Damerini: Le pitture e i disegni esposti nelle stanze del Comune a San Marco partono dal '34 ed arrivano al 1947, e non si puo non riconoscere che l'artista abbia percorso in questi tredici anni di lavoro un bel cammino raggiungendo una sicurezza di espressione ed una virtù tecnica nei limiti delle quali la sua personalità è venuta rafforzandosi senza notevoli crisi, diversioni, o deviazioni, o cambiamenti di interferenze, con una consecutività ostinata, anzi, di impostazione e di ispirazioni spirituali, e perfino di atteggiamenti iconografici estrinseci (quel gesto della mano, per esempio, che regge il volto al mento o allo zigomo) degna di considerazione. Possiamo dunque saltare alle sue opere ultime - non senza aver rilevato prima, la vigoria di certi disegni - come al risultato finale di una lunga lotta per la conquista di mezzi efficaci di realizzazione. Il Leoncini tenta egualmente il paessaggio e la figura, e se l'interpretazione soggettiva, lo stato d'animo visivo non riescono nel primo a frsi lume, a divenire persuasiva emozione coloristica, nella figura, invece, avviene precisamente il contrario. nei quadri di interni con una o più figure, nella composizione delle Madri, alla sicurezza costruttiva delle sintesi volumetriche fa riscontro, pur nella cifra quasi monocromatica derivante da una tavolozza unilaterale e parsimoniosa, una precisione di rapporti netta ed efficace...
Anche in arte ognuno è figlio del suo tempo, e nella pittura del Leoncini sono palesi i riflessi, più ancora che di questo o quel maestro, della atmosfera creatasi attraverso la derivazione da alcuni maestri. Egli sa restare, tuttavia al disopra della moda e della imitazione, cioè, in sostanza, fuori dall'Accademia, e questo è il miglior elogio che gli si possa rivolgere, tenendo anche conto dei segni di chiarificazione della sua arte oltre il mimetismo deformatore che ancora possiede.

Dal <<Gazzettino - Sera>> dell'agosto 1947

Guido Perocco: ‹La Mostra› ci fa toccare con mano tutto il lavorio e la ricerca dell'autore intorno al suo mondo spirituale per esprimerlo chiaramente ed essergli tenacemente coerente. questa vigile attenzione al cammino della propria arte ci colpisce immediatamente se seguiamo con cura le opere che palesano via via gli apporti e le esperienze acquisite nel tempo con sincerità e coerenza singolare. Il paesaggio, per esempio, addensa mano a mano i valori nuovi del colore che si svolge particolarmente denso e sensuale in taluni dipinti più recenti; e questa analisi potrebbe essere condotta perfino ad alcune tonalità caratteristiche nel loro sviluppo attraverso le opere presentate. Valgano tra le altre in modo molto positivo le esperienze di una "natura morta" e di "fiori" del 1944 per indicare il cammino seguito fino ad oggi. Gli interni con figure eseguiti nel 1947 ci sembrano il raggiugimento più valido, dove l'articolazione più complessa mediante la figura e la sintesi dei volumi e delle forme impegna il pittore in una visione raffinata per la materia cromatica. Qui il gioco della fantasia trova una maggiore e felice libertà creativa. C'è, a nostro avviso, una reazione alla stesura cromatica un po' troppo carica ed infuocta dei paesaggi per impreziosire invece attraverso tinte fredde e perlacee queste composizioni impostate su alcuni toni fondamentali e sviluppate poi profondamente con sensibilità molto acuta.

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